Negli ultimi anni ho aiutato aziende a decidere cosa trasferire nel cloud e cosa mantenere on‑premises. La risposta non è “cloud sì” o “cloud no”: dipende da requisiti tecnici, costi reali, vincoli normativi e dalla maturità dell’architettura. In questo articolo spiego, in modo pratico e diretto, le regole che uso per decidere cosa spostare, cosa lasciare e come affrontare la migrazione.
Cosa conviene spostare
– Applicazioni stateless e web frontend: sono ideali per IaaS/PaaS e per il deployment in container/orchestratori. Scalano facilmente e giustificano l’uso di servizi gestiti.
– Dev/test e CI/CD: ambienti temporanei nel cloud riducono time-to-market e costi operativi, pagando solo quando servono.
– Analytics, data lake e ML: piattaforme massively parallel e servizi gestiti (BigQuery, Synapse, Databricks) accelerano l’analisi e riducono l’overhead operativo.
– Disaster recovery e backup: il cloud offre replica geografica e restore rapido senza investimenti hardware.
– SaaS per funzioni di business non core (CRM, HR, collaboration): riducono il TCO e migliorano l’adozione.
– Workload burstable e batch: sfruttare capacità elastica per picchi evita sovradimensionamento on‑prem.
Cosa in genere conviene mantenere on-premises
– Sistemi con requisiti di latenza molto bassa (controllo industriale, HFT): la rete introduce variabilità che il cloud non risolve facilmente.
– Dati soggetti a vincoli normativi o di sovranità: se la compliance richiede controllo fisico o data residency, on‑prem o cloud certificati dedicati sono preferibili.
– Workload con forti vincoli di “data gravity”: database enormi o applicazioni che trasferiscono grandi volumi di dati continuamente possono generare costi e latenza elevati.
– HW specializzato (GPU/HPC con interconnect InfiniBand, appliance proprietarie): il cloud può offrire alternative, ma spesso il costo o la performance non sono equivalenti.
– Monoliti legacy che richiederebbero una riscrittura costosa: un lift-and-shift temporaneo o l’hosting on‑prem può essere più pragmatico finché non si pianifica una refactor.
Criteri decisionali pratici
Valuto sempre cinque variabili principali: latenza, compliance, costi totali (TCO), complessità di migrazione e rischio operativo. Strumenti di assessment (discovery, dependency mapping, profiling dei costi) sono obbligatori. Un Proof of Concept mirato e metriche reali di costo/performance guidano la decisione.
Strategie di migrazione
Non esiste una sola strada: lift-and-shift è rapido ma può aumentare i costi; replatforming bilancia sforzo e benefici; refactoring massivo offre i maggiori guadagni nel tempo ma richiede investimenti. Prediligo approcci iterativi: piccoli pilot, misurazione, automazione (infrastruttura come codice), monitoraggio e rollback plan. Considera hybrid-cloud e multi-cloud per evitare lock-in e ottimizzare resilienza e latenza.
Conclusione
Il cloud è uno strumento potente ma non una panacea. Sposta ciò che trae beneficio tangibile (scalabilità, agilità, servizi gestiti), mantieni on‑prem ciò che richiede controllo, latenza o performance speciali. Parti da un assessment concreto, fai pilot mirati, misura costi e rischi: la migrazione deve essere guidata da obiettivi tecnici e di business, non dal marketing. Se vuoi, posso aiutarti a valutare il tuo estate di applicazioni e costruire una roadmap pragmaticamente eseguibile.
Andrea Camporese
Consulente ICT senior